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la mandragola

LABORATORIO LETTERARIO

COMMEDIA POLITICA, DELL’AMORE E DELLA BEFFA

La Mandragola è un’opera aperta a diverse interpretazioni, poiché elementi di varia derivazione le conferiscono, contemporaneamente, il carattere di commedia politica, erotica e della beffa.

La politica riveste, nella vita di Machiavelli, un ruolo di così grande importanza da divenire non solo oggetto di trattazione in opere dai toni elevati, come il Principe ed i Discorsi, ma anche una delle chiavi di interpretazione di un’opera meno "impegnata", qual è la Mandragola ("se questa materia non è degna, per esser pur leggieri, d’un uomo che voglia parer saggio e grave, scusatelo" - Prologo).

In essa l’autore illustra la situazione a lui contemporanea, sia attraverso espliciti riferimenti alla realtà fiorentina, sia attraverso l’analisi del comportamento di alcuni personaggi. Le figure di fra’ Timoteo e di Messer Nicia, per esempio, assumono forti connotazioni allegoriche nelle descrizioni dei loro atteggiamenti. Il frate, personaggio meschino, ambiguo e tutt’altro che disinteressato al proprio vantaggio, riflette, con notevole efficacia, la realtà corrotta del mondo ecclesiastico. Rapace ed astuto, accetta consapevolmente di divenire una pedina nella losca macchinazione ordita dall’estro di Ligurio e non si ferma davanti a nulla, pur di raggiungere i propri scopi.

Edizione senese
Edizione senese della Mandragola - XVI secolo

Messer Nicia, che riveste il ruolo dello sciocco, vittima di continue beffe e lazzi, rappresenta nella sua sgradevole stupidità e provincialismo, la chiusura mentale tipica dell’ambiente fiorentino, atteggiamento questo, che aveva finito più volte col danneggiare Machiavelli e che, quindi, diviene, nella Mandragola, oggetto di una critica radicale.

Più immediate e legate allo svolgimento della vicenda, risultano le tematiche dell’amore e dell’inganno che procedono, intrecciandosi costantemente, in modo da conferire spessore alla rappresentazione. L’autore stesso esprime chiaramente questo concetto allorché, nel prologo, afferma che Lucrezia "giovane accorta, fu… molto amata e per questo ingannata fu", aggiungendo, poi, con un pizzico di malizia e di arguzia "… ed io vorrei che voi fussi ingannate come lei".

La vicenda amorosa si ispira a delle novelle del Decameron (VII, 7; III 6), non senza, però, alcune influenze del teatro latino di Plauto e Terenzio.

Anche la figura del beffato ricorda, per certi versi, quella dei protagonisti di alcune novelle boccaccesche, ma se ne differenzia, soprattutto, in questo, cioè, che l’inganno, in questo contesto, non è più solo dimostrazione di superiore intelligenza, ma, anche, testimonianza indiretta di una società in degrado, nella quale una madre meschina corrompe la figlia virtuosa, un frate ambiguo è disposto a farsi complice, persino, di un aborto e si presta a loschi intrighi, ed un marito, decisamente egoista, cede la moglie ad uno sconosciuto.

 

Daniela Bertasi e Davide Coltri