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LABORATORIO LETTERARIO: I PERSONAGGI

LUCREZIA

Lucrezia
Lucrezia - Disegno di Martina Caltran   ©1999

Sebbene Lucrezia, moglie di Messer Nicia, compaia poco sulla scena, non si può certo dire che il suo ruolo, all'interno della commedia, sia marginale: tutta l'azione teatrale si sviluppa attorno alla figura di lei, concupita da Callimaco, e, perciò, causa della beffa ordita ai danni del marito.

Nella commedia, però, ella non è solo oggetto di desiderio, ma anche personaggio capace di fronteggiare una "continua malignità di fortuna", causata, soprattutto, dall'infelice e infruttuosa unione con quel borioso e ignorante di Messer Nicia.

Nel contesto realistico della "Mandragola", in cui ogni personaggio viene coperto da un velo di sottile ironia, che rispecchia, tuttavia, la reale condizione dei protagonisti, Lucrezia viene presentata senza connotazioni particolarmente ridicole (ad eccezione delle ingiuste proteste lanciatele dal marito), anzi, con efficace rispetto (" bella donna,

savia, costumata, ed atta a governare un regno", I,3 ) per sottolineare la sua virtù.

Anche la scelta del nome rivela la volontà dell'autore di introdurre, nel contesto vuoto e negativo della commedia, una figura che rappresenti un modello ideale: si chiamava, infatti, Lucrezia, nella testimonianza dello storico romano Tito Livio, la matrona che, rispettosa dei "prisci mores", non si era lasciata indurre,"ut regias nurus"(I, 57, 9), ai piaceri dell'ozio, mostrandosi come vero esempio di virtù.
La virtù della Lucrezia della "Mandragola" consiste, invece, in quella qualità chiamata da Machiavelli duttilità, la capacità, cioè, di saper adeguare il proprio agire alle circostanze favorevoli o avverse volute dalla fortuna.

Donna di salde doti morali, in un primo momento non sente ragioni valide che la possano convincere a sottostare al progetto di Nicia, nemmeno quelle addotte da fra' Timoteo ("…ma di tutte le cose, che si son tentate, questa mi pare la più strana, di avere a sottomettere el corpo mio a questo vituperio, ad esser cagione che uno uomo muoia per vituperarmi: perché io non crederrei, se io fussi sola rimasa nel mondo e da me avessi a risurgere l'umana natura, che mi fussi simile partito concesso", III,10). Ma la forza persuasiva delle parole della madre e di quelle, sempre più incalzanti, del frate (" Io vi giuro, madonna, per questo petto sacrato, che tanta conscienzia vi è ottemperare in questo caso al marito vostro, quanto vi è mangiare carne el mercoledì, che è un peccato che se ne va con l'acqua benedetta ", III,11) la inducono ad assecondare, pur non ritenendolo moralmente lecito, il progetto del marito.
Poi, però, ella stessa diventa artefice della propria fortuna, quando, venuta a conoscenza dell'inganno ordito da Callimaco per incontrarla, decide di raggiungere la felicità che, prima, non aveva avuto l'opportunità di conoscere ("quello che 'l ciel vuole che io accetti...",V, 4).

Lucrezia non è un personaggio passivamente sottoposto alla volontà altrui, come è stata presentata da alcuni critici (per es. Sasso), ma accetta la fortuna, "una forza troppo impetuosa perché ci si possa opporre", e ad essa si adegua, riconoscendo, nella duttilità, la "suprema forza di saggezza".

                                                          Enrico Bissolo e Elisa Dompieri