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EVOLUZIONE dell’ ARCHITTETURA SCENICA dal ‘400 al '500

Se la fenomenologia drammatica medioevale non approda ad una canonica definizione dello spazio scenico, nel ‘400, sull’onda della riscoperta e dell’appassionata rivalutazione della drammaturgia antica, s’impone l’esigenza filologica di ricreare anche la cornice architettonica dell’azione drammatica, il "kosmos opseos" aristotelico, pretesa supportata efficientemente dal "De Architectura" di Vitruvio, trattazione sistematica della tipologia architettonica scenica, e dalle ricche e abbondanti testimonianze archeologiche.
Ma all’intenso slancio imitativo, si oppongono, di fatto, il nuovo contesto culturale, il nuovo pubblico e la nuova fruizione del teatro stesso.

Il teatro nel ‘400 si consolida originariamente nella corte come forma d’arte elitaria, esclusiva, ed è confinato al contesto effimero e contingente della festa, del banchetto, e accostato a danze, caroselli, musiche. L’occasionalità delle situazioni richiede pertanto soluzioni architettoniche provvisorie, temporanee, (in sale, cortili, giardini) che si risolvono in una tipologia eterogenea e ricca. Tutto questo, sulle prime, pregiudica lo sviluppo del teatro come edificio autonomo e stabile, e l’imporsi di un prototipo universale.
Ma a poco a poco, un giovevole e mutuo scambio di esperienze e tentativi, stimolato dalla reciproca concorrenza tra le corti, il diffondersi della scena prospettica e l’affrancarsi della forma teatrale dal contesto della festa, indirizza l’architettura scenica verso caratteri di omogeneità e uniformità.
Si completa la separazione spaziale pubblico-attori, secondo una gerarchizzazione che riflette lo status sociale degli spettatori e in luogo del frons scenae classico si impone l’uso di telai lignei, che ricreano spazi e fondali illusori.

scenografia
Progetto di  scenografia - Marianna Negrini ©1999

A mediare tra spazio illusorio del palcoscenico e spazio reale della platea si inserisce l’arcoscenico.

La scena è di volta in volta arricchita da statue, quadri, architetture fittizie e ci si avvale di ingegnosi meccanismi per effetti speciali sonori e attici. La testimonianza di Baldassarre Castiglione sulla scenografia da lui stesso realizzata per la Calandria di Bibbiena, in occasione del Carnevale del 1513, costituisce un significativo documento in proposito.

"La scena era finta una contrada ultima tra il muro e la terra, e l’ultime case: del palco in terra era finto naturalissimo il muro della città con dui torrioni: dà capi della sala, sull’uno stavano li pifferi, sull’altro i trombetti: nel mezzo era pur’un altro fianco di bella foggia: la sala veniva a restare, come il fosso della terra, traversata da due muri, come sostegni d’acqua. Dalla banda dov’erano li gradi da sedere, era ornato delli panni di Troia, sopra li quali era un cornigione grande di rilievo, e in esso lettere grandi bianche nel campo azzurro, che fornivano tutta quella metà della sala; e dicevano così:

BELLA FORIS, LUDOSQUE DOMI EXERCEBAT ET IPSE CAESAR: MAGNI ETENIM EST VTRAQUE CURA ANIMI.

Al cielo della sala erano attaccati pallottoni di verdura: tanto che quasi coprivano la volta, dalla quale ancor pendeano fili di ferro per quelli fori delle rose che sono in detta volta: e questi fili tenevano dui ordini di candelabri da un capo all’altro della sala, che erano tredici lettere: perché tanti sono li fori: che erano in questo modo:

DELICIÆ
POPVLI

Ed erano queste lettere tanto grandi, che sopra ciascuna stavano sette, fin dieci torce; tanto, che facevano un lume grandissimo. La scena poi era finta una città bellissima con le strade, palazzi, chiese, torri, strade vere, e ogni cosa di rilievo, ma ajutata ancora da bonissima pittura, e prospettiva bene intesa. Tra le altre cose ci era un tempio a otto facce di mezzo rilievo, tanto ben finito, che con tutte l’opere dello stato d’Urbino, non saria possibile a credere, che fosse fatto in quattro mesi: tutto lavorato di stucco, con istorie bellissime: finte le finistre d’alabastro: tutti gli architravi e le cornici d’oro fino, e azzurro oltramarino, e in certi luoghi vetri finti di gioje, che parevano verissime: figure intorno tonde finte di marmo: colonnette lavorate; saria lungo a dire ogni cosa".

Marianna Negrini