Federico

 

 

 

 

 

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GIOVANNI SANTI
La vita
 

Pittore, nato ad Colbordolo, in provincia di Urbino - s'ignora quando - e morto ad Urbino il 1° Agosto dell'anno 1494, fu il padre e il primo maestro di Raffaello. Lavoro' per la corte di Urbino e fu apprezzato anche dai Gonzaga di Mantova.

           G. Santi            

G. Santi: Annunciazione

                             

 

L'opera

 

Giovanni Santi, Historie de le guerre d'Italia nel tempo di PP. Pio et Paolo II del 1478 in versi, di Giovanni di Santi al duca d'Urbino.

L'opera e' introdotta da un'epistola dedicatoria, "Epistola de Giohanni de Santi allo Ill.mo S. Duca Guido Duca de Urbino", nella quale l'autore esprime al suo signore, di cui si proclama "servo", le motivazioni che lo hanno spinto a scrivere. "E perche' io so che l'e' assai divulgata sententia che, benche' bella cosa sia operare per la repubblica e per el suo signore, etiamdio el ben dire non e' turpe ne' vile, cumciosiache' in pace e in guerra l'huomo puote diventare famoso, dunqua io, mentre che quello eterno splendore e gloria della nostra etade, excellentissimo et famosissimo Tuo Patre, visse, vedendo e sentendo el tuono inextimabile della sua chiara fama, la quale non solamente fu et e' conosciuta dalle italliche regione, ma, se licito e' el dire che de lla' dal monte Caucaso la sia discorsa, io del dire l'ardisco. Et oltra di questo, vedendo che quella era abundantissima materia a li famosissimi scriptori, istorici e poeti, e che a nissuno parea potere assumere piu' alto subiecto nel suo comporre, acio' ch'el divorabil tempo non rodesse l'altissimo splendore delle sue innumerabile virtu', (...) li quali tucti, cum loro clarissimo stilo affatigati, apresso degli uomini docti lassano eterna laude delle sue innumerabile virtu', delle quali cose io, si' como devotissimo, pigliandone mirabile conforto, da quello in uno momento mi nacque alcuno dolore nel core, dicendo: e perche' appressode indocti e vulgari non debba anco de si' sublime alteza fama ritrovarsi?"

E' cosi' subito apertamente manifestato l'intento encomiastico dell'opera, che dichiara le sue ragioni di fiducia nella conoscenza diretta, da parte dell'autore, del protagonista, e nel suo intimo accordo con le opere di altri scrittori del periodo sul medesimo soggetto. D'altra parte l'entusiasmo sincero dimostrato nei confronti del protagonista rivela come non ci sia alcuna intenzione di mentire.

Il poema fu composto fra il 1482 e il 1487 e consta di piu' di ventitremila versi, distribuiti in un Preambulo in nove capitoli e in ventitre' libri, ognuno dei quali con un vario numero di capitoli.

- Il Prologo e' una visione-trionfo: tra le anime degli eroi antichi e moderni che si raccolgono intorno al tempio di Marte giunge l'ombra di Federico da Montefeltro, che avanza preceduto dagli eroi, dalle Muse e dalle Virtu' e fiancheggiate da Apollo ed Atena, con la Fama che gli aleggia sul capo, finche' arriva al tempio e si siede accanto al dio della guerra, il quale rivela che fu Giove stesso a provocare l'apparizione tra gli uomini di Federico, col compito di salvare l'Italia. (L'episodio della riunione degli dei dell'Olimpo e' direttamente ispirato all'apologo di Marsilio Ficino alla sua versione del De regno di Platone.) Terminata la visione, il poeta capisce che il suo compito e' quello di cantare le imprese di Federico.

- Il poema si sviluppa, seguendo il Poltroni (di cui Giovanni Santi aveva il raro privilegio di poter consultare liberamente il racconto della vita di Federico), fino al 1472 e, per l'ultimo decennio, il Peroli e la cancelleria ducale; inoltre l'autore conosce alcuni fatti perche' narratigli da testimoni diretti o da lui stesso vissuti. Nel delineare la figura del protagonista, l'atteggiamento che prevale e' quello encomiastico, ma non incondizionatamente (per esempio l'inclinazione di Federico per le avventure galanti e' chiamata libidine, anche se poi si cerca di giustificarla con la impetuosa vitalita' giovanile). Il duca appare anzitutto un perfetto condottiero: coraggioso, leale, magnanimo e saggio, buon oratore. Di lui, poi, sono evidenziate le doti culturali: e' mecenate (l'autore ricorda gli edifici che fece costruire da costui ed, in particolare, il palazzo, "non aedifitio humano, anzi divino", e la biblioteca, "in tutte faculta' universale", basandosi, per quest'ultimo punto, sull'opera di Vespasiano da Bisticci, ma con accenti di conoscenza diretta). Per questo aspetto della personalita' di Federico egli e' una fonte forse piu' importante di Vespasiano da Bisticci. Infine e' descritto il comportamento politico, di cui Giovanni Santi coglie solo le grandi linee.

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