Federico

 

 

 

 

 

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Theoria e praxis; otium e negotium.
In Grecia

Il profondo discrimine tra liberi e schiavi ha comportato nella societa’ antica una marcata sperequazione del potere: dei nobili e’ sempre stata la prerogativa di governare; degli strati sociali inferiori e, soprattutto, degli schiavi e’ sempre stato il compito di lavorare per le classi dirigenti. Questa situazione ha liberato l’uomo ricco dai bisogni e dalle preoccupazioni materiali, rendendolo totalmente disponibile alla speculazione, specialmente nella Grecia classica, terra frazionata in molteplici poleis. Comunque, gia’ Platone (che sara' il filosofo prediletto dagli Umanisti), seppur cultore e fautore della theoria , l’indagine teoretica, come suprema attivita’ umana, comprende la stretta correlazione tra essa e la praxis, intesa naturalmente nel suo grado piu’ nobile e meno meccanico, ossia l’azione politica ed educativa. In altri termini, egli afferma, nella Repubblica, che i migliori governanti sono i filosofi perche’, conoscendo il bene tramite la ricerca filosofica, sanno educare alla filosofia anche gli altri, ovvero li sanno guidare al bene. Anche l’Aristotele dell’Accademia, influenzato dal maestro Platone, asserisce, nel Protreptico, che la theoria costituisce la condizione indispensabile al retto esercizio della praxis: legislatori e governanti possono condurre l’uomo nell’attuazione di fini particolari, solo attraverso la conoscenza del suo fine ultimo, dei valori supremi e delle norme morali, derivata esclusivamente dalla filosofia. L’Aristotele del Liceo, piu’ maturo e indipendente, radicalizza la superiorita’ della vita teoretica sulla vita pratico-politica, dichiarando, nella Politica, che la citta’ piu’ felice e’ quella che consente ai cittadini liberi di dedicarsi alla speculazione, possibile in condizioni di pace e tempo libero, la scolhé. Ne consegue che l’esercizio degli affari, ascolia, comprendente attivita’ politiche ed economiche, diventa soltanto il mezzo, sia pur necessario, per raggiungere il fine che e’ l’occupazione del tempo libero in attivita’ teoretiche che valgono in se’ per se’, compiute, cioe’, non in vista di qualcos’altro.

A Roma
 

 

A Roma, invece, essendosi affermato fin dai tempi piu’ antichi uno stato unitario e forte, e’ sempre prevalsa una concezione militarista ed espansionistica del sistema statale, da concretre favorendo salda legislazione, efficace apparato burocratico e fiscale, remunerative attivita’ agricole e commerciali, e corroborando nei cittadini una mentalita’ proclive al pragmatismo, al senso del dovere e alla religiosita’. Tutto cio’ e’ andato a scapito della fioritura di una cultura filosofico-letteraria originale, quale e’ sorta in Grecia; nondimeno, di una tale carenza Roma si vergogna, per così dire, soprattutto dopo il confronto diretto con l’evoluta civilta’ ellenica, avvenuto nella seconda meta’ del II secolo a.C.. A tal proposito, Cicerone si dimostra il primo romano che sistematicamente si prodiga per l’attivita’ speculativa, la quale, pur interessandolo fin dalla giovinezza, lo assorbe soltanto dopo i cinquant’anni, quando ormai egli e’ escluso dall’agone politico. Si tratta di un atteggiamento contrario a quello caldeggiato da Platone e Aristotele, perche’ Cicerone parte da premesse opposte alle loro, ma consentanee allo spirito del romano : il negotium, poiche’ e’ impegno operoso nella vita civile e politica a vantaggio dello stato, prevale inequivocabilmente sull’otium, che e’ semplice e temporanea astensione dal negotium, atta a ritemprare l’animo negli studi letterari e massimamente filosofici, peraltro indispensabili tanto all’oratore, quanto al governante, due espressioni precipue dell’uomo attivo nella societa’. In questo, Cicerone risente dell’influsso del filosofo Panezio di Rodi, responsabile della diffusione dello stoicismo a Roma che e’ allignato nel pragmatismo romano, grazie all’inserimento, nell’ideologia stoica, della megaloyuciéa, secondo la quale l’uomo di grande indole e profonda cultura filosofica ha l’obbligo di intervenire nell’ambito politico.

Tale genere di otium, vagheggiato da Cicerone nel De officiis, diverso da quello impostogli dalle contingenze che gli impediscono di alternarlo al negotium, varia dall’otium di Sallustio, derivante dal rifiuto volontario di partecipare alla vita civile del suo tempo, perche’ eccessivamente deteriorata e segnata dalla crisi dei mores antiqui. Il suo otium, che e’ quasi un’espiazione della personale corruzione politica giovanile porta Sallustio, a differenza di Cicerone, a rifugiarsi nella storiografia, che mantiene, pero’, una funzione acculturante e civile, perche’, rievocando le imprese gloriose degli avi al servizio dello stato, incita i posteri ad emularle.

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