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IL SAGGIO DI FRONTE ALLA MORTE:

DE BREVITATE VITAE di SENECA e APOLOGIA DI SOCRATE di PLATONE

 

La morte e' un male o un bene? Una punizione o un premio? E' inizio o fine? E' indice di terrore o di serenita'?

Di fronte a lei, che comunemente incute terrore per il mistero che vi aleggia intorno, c'e' chi si pone in modo diverso, secondo un preciso disegno morale, e non la considera come un minaccioso termine.

Socrate, colui che "sapeva di non sapere" e pertanto era il piu' sapiente nell'Atene sofista del V sec. a.C., ai giudici che lo condannano all'estremo supplizio, credendo di infliggergli la pena piu' grave, rivela l'unica verita' sicura e, cioe', che "non c'e' alcun male per l'uomo moralmente retto, ne' da vivo ne' da morto" (Apol. 41 d). Ne consegue un atteggiamento fiducioso di fronte ad un destino che fa tremare chiunque e che, spesso, determina comportamenti poco razionali, come nel caso di quei vecchi decrepiti che vanno mendicando l'aggiunta di pochi anni e che, divenuti insaziabili della vita che non hanno saputo vivere, fingono di essere piu' giovani (De brev.11,1).

Per Socrate e Seneca la vita, diversamente dagli uomini a cui piace abbandonarsi alle passioni quotidiane ("profitti quotidiani, interessi privati, comandi dell'esercito e discorsi al popolo... impegni di governo, complotti, ribellioni..." Apol. 36 b; "Isti, qui per officia discursant, qui se aliosque inquietant... Quam multi erunt, quorum illos aut somnus aut luxuria aut inhumanitas summoveat !" De brev. 14,3) e' preparazione alla morte (cfr. Fedone).

Il saggio e' pronto "ire ad mortem certo gradu", poiche' ha vissuto "in reditu" (De brev.11,2), dedicandosi al proprio arricchimento interiore e trascendendo la dimensione puramente materiale dell'esistenza ("non mi cacciavo in quelle situazioni in cui, una volta entrato, non sarei stato di alcuna utilita' ne' a voi ne' a me...accingendomi a persuadere ciascuno di voi a non occuparsi di cio' che possiede, prima di se stesso" Apol. 36 b), e affronta il suo destino con incredibile serenita' (Fed. 115d, 116a-117a e Apol. 38d- 42a), mentre i piu' muoiono terrorizzati "non tamquam exeant de vita sed tamquam extrahantur" (De brev. 11,1).

platone

Per Socrate la morte non e' un male perche' e' un passaggio all'altra vita, dove egli potra' continuare al meglio l'opera per cui e' stato ingiustamente accusato (Apol. 41b) e dove gli sara' possibile dialogare con i grandi del passato: "Minosse, Radamante, Eaco, Trittolemo... se questa e' la verita' io personalmente voglio morire molte volte...dialogare, intrattenersi con questi e interrogarli sarebbe il massimo della beatitudine" (Apol. 41a).

Seneca, invece, invita a "disputare cum Socrate...dubitare cum Carneade...hominis naturam cum Stoicis vincere, cum Cynicis excedere" (De brev. 14,2) durante la vita e, "cum rerum natura in consortium omnis aevi patiatur incedere", a volgere l'animo verso quelle cose che sono "inmensa...aeterna...cum melioribus communia" (De brev.14,2). Quindi, il sapiens che domina il tempo "solus generis humani legibus solvitur, omnia illi saecula ut deo serviunt" (De brev.15,5).     

Anna Del Prete e Claudia Vitrella                

                                                                                                                             

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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