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LA CONCEZIONE DEL TEMPO

Il "De brevitate vitae" offre spunti interessanti e concreti di meditazione sul modo di "vivere la vita", validi non solamente per l’uomo latino, ma, ancor di piu', per i figli dell’era tecnologica e del progresso che rivolgono i loro sforzi verso la ricerca di ritrovati atti a consentire l’allungamento della vita. Ma allungare la vita o l’esistenza ? Sì, perche' la differenza tra i due termini e' sostanziale: il primo indica l’insieme delle azioni, delle scelte, degli stati d’animo che, scanditi dal tempo, caratterizzano la pienezza e la presenza psichica dell’uomo, mentre il secondo e' espressione di un semplice ciclo biologico, comune sia agli esseri della natura, sia all’uomo.

Questa distinzione e' fondamentale ai fini della comprensione delle considerazioni sul tempo di Seneca, il quale esordisce nel "De brevitate vitae" in questo modo : "Maior pars mortalium, Pauline, de naturae malignitate conqueritur, quod in exiguum aevi gignimur, quod haec tam velociter, tam rapide dati nobis temporis spatia decurrant" (1,1). "La maggior parte dei mortali, Paolino, si lamenta dell’avarizia della natura, perche' nasciamo destinati a una vita breve, perche' tanto rapidamente e precipitosamente se ne corre via questo spazio di tempo a noi concesso". Seneca ritiene che l’esistenza possa essere breve, ma la lunghezza della vita, ovvero lo spazio in cui l’uomo afferma se stesso, e' in relazione all’uso : "Non exiguum temporis habemus, sed multum perdimus." (1,3). "Noi non abbiamo poco tempo, ma ne gettiamo via molto."

Il tempo non e', dunque, scarso ; le occupazioni e gli impegni impediscono all’uomo una reale percezione del tempo, il quale, inesorabile, passa silenzioso, mentre gli altrui affari ci distruggono. "Tamquam semper victuri vivitis, numquam vobis fragilitas vestra succurrit, non observatis quantum iam temporis transierit." (3,4). "Vivete come se foste destinati a vivere per sempre ; mai la vostra precarieta' vi si prospetta, non pensate quanto tempo e' gia' volato via".

Siate saggi, e' il monito che lancia Seneca, poiche' credete che il tempo da dedicare a se stessi abbondera', invece la vecchiaia vi sorprendera' inermi, e a voi altro non restera' che lamentarvi del poco tempo concesso.

Il problema del tempo e', inoltre, un aspetto centrale della filosofia stoica, poiche' si connette, come dimostra Seneca nella sua opera, con il percorso del perfezionamento morale, vero obiettivo del saggio stoico, che rivendica il possesso della propria vita, concentrando il tempo su di se'.  Il filosofo riprende la dottrina stoica della suddivisione dei tempi: "In tria tempora vita dividitur : quod fuit, quod est, quod futurum est. Ex his quod agemus breve est, quod acturi sumus dubium, quod egimus certum."(10,2). "La vita si divide in tre momenti : cio' che e' stato, cio' che e' , cio' che sara'. Di questi quello che viviamo e' breve, quello che vivremo dubbio, quello che abbiamo vissuto certo". Gli avvenimenti che costituiscono le tre fasi temporali si susseguono e fluiscono tra loro: "In cursu enim semper est, fluit et praecipitatur" (10,6). "(Il tempo) e' sempre in corsa, fluisce e precipita", ma il saggio si concentra sul presente: "At ille qui nullum non tempus in usus suos confert, qui omnem diem tamquam vitam ordinat, nec optat crastinum nec timet" (7,9): "Ma colui che impiega soltanto per se' ogni istante, che organizza ogni giorno come una vita, non desidera il domani e non lo teme" (cfr. Epicuro, greco10.jpg (47989 byte)

"De cetero fors fortuna, ut volet ordinet: vita iam in tuto est" (7,9): "Di tutto il resto disponga la fortuna, come vorra': la vita e' gia' al sicuro". Tuttavia, per vivere appieno, e' necessario aggiungere alla propria l'esperienza e l’esempio dei grandi del passato che ci hanno preparato la vita e ci guidano verso verita' meravigliose , " nobis vitam praeparaverunt. Ad res pulcherrimas ex tenebris ad lucem erutas ... deducimur" (14,1). L’uomo e', dunque, saggio quando fa del tempo un prezioso alleato e, non piu' costretto entro limiti umani, domina i secoli: "omnia illi saecula ut deo serviunt" (15,5).

 

 

Lucia Botturi e Anna Chiamenti

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