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Vita degli occupati

 

 

Seguendo con coraggio e determinazione gli insegnamenti stoici, anche in tempi di sventura, gli uomini possono realizzarsi, senza cadere nelle degenerazioni del male in cui soccombono, invece, gli occupati.

A costoro, che partecipano alla vita pubblica ossessionati dall'ambizione e preoccupati dalla precarieta', e' rivolto il messaggio di Seneca.

Nel "De brevitate vitae", l'autore ne traccia con precisione le caratteristiche: li ritrae in vari momenti della loro vita quotidiana, ricorrendo ad immagini profondamente realistiche e non tralascia di riprodurre con accurata analisi psicologica lo stato d'animo, i pensieri, le ansie e le paure che li accompagnano (1).

Questi uomini iperattivi, infatti, persi tra gli affari e le attivita' materiali, dimentichi di rivolgersi alla loro interiorita', consumano il tempo concesso loro: "…ex pleno et abundanti perditis" , "lo perdete come se attingeste a una botte piena e abbondante" (3,4). Non si fermano mai a riflettere sulla loro vita, perdendo consapevolezza di se' e, non potendo avere un attimo di tranquillita', finiscono per perdere anche la loro liberta' interiore "Numquam illis recurrere ad se licet" (2,3), " Non possono mai trovare in se' un rifugio".

Quando capita di ripensare al passato, poi, ne sono inevitabilmente turbati rendendosi conto di averlo sprecato inutilmente: "… iniucunda est paenitendae rei recordatio" (10,3), "E' sgradevole ricordare cio' di cui ci si deve pentire". Dilapidano la loro vita permettendo a molti di entrarvi "…vitam unusquisque quam multis distribuit" (3,1) " a quanti ciascuno distribuisce la vita" e, soltanto alla fine, quando, sopraggiungendo la morte, si rendono conto di come l'hanno sprecata, "paventes" (11,1) reclamano a gran voce l'aggiunta di pochi anni ancora, riconoscendo di essersi comportati in modo stolto.

 

Chiara e Federica Nogara

 

 

 

 

                                                              

                                                                           

1) "Isti qui per officia discursant, qui se aliosque inquietant, cum bene insanierint, cum omnium limina cotidie perambulauerint nec ullas apertas fores praeterierint, cum per diuersissimas domos meritoriam salutationem circumtulerint, quotum quemque ex tam inmensa et uariis cupiditatibus districta urbe poterunt uidere? Quam multi erunt quorum illos aut somnus aut luxuria aut inhumanitas summoueat! Quam multi qui illos, cum diu torserint, simulata festinatione transcurrant! Quam multi per refertum clientibus atrium prodire uitabunt et per obscuros aedium aditus profugient, quasi non inhumanius sit decipere quam excludere! Quam multi, hesterna crapula semisomnes et graues, illis miseris suum somnum rumpentibus ut alienum expectent uix adleuatis labris insusurratum miliens nomen oscitatione superbissima reddent!", (14,3-5), " Costoro che si agitano tra continui obblighi sociali, che non danno tregua ne' a se', ne' agli altri, dopo aver fatto bene i pazzi, dopo aver fatto il giro quotidiano di tutte le case e non aver tralasciato nessuna porta aperta, dopo aver portato nelle varie case il saluto prezzolato, quante persone riusciranno a vedere in una citta' cosi' immensa e stretta nella morsa di infinite passioni? Quanti saranno coloro il cui sonno o il cui lusso o la cui maleducazione li tengano fuori dalla porta! Quanti quelli che, dopo il tormento della lunga attesa, passano oltre con fretta simulata! Quanti eviteranno di passare attraverso l'atrio pieno zeppo di clienti e fuggiranno attraverso le uscite nascoste della casa, come se l'inganno non fosse piu' maleducato del rifiuto! Quanti mezzo addormentati e pesanti per i bagordi del giorno prima, a quei disgraziati che interrompono il loro sonno per aspettare il risveglio altrui, ripeteranno con un insolentissimo sbadiglio il nome mille volte sussurrato a fior di labbra!".

 

 

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