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UNA STORIA SEMPLICE: la carta del docente (un esempio, e nemmeno il più grave, della rovina della scuola) PRIMA PUNTATA
L’anno scolastico attualmente in corso è il terzo in cui si può usare la carta del docente, cioè quel meccanismo che permette a ogni insegnante di spendere fino a 500 euro annuali accreditati dal Ministero dell’Istruzione, dimostrando di avere acquistato libri o materiale elettronico digitale, o frequentato cinema, teatro, oppure corsi d’aggiornamento. L’opportunità era effettivamente utile. LA FILOSOFIA ERA GIUSTA: CREARE UN INNALZAMENTO DELLA CULTURA INSEGNANTE “A FONDO PERDUTO”, CIOè UN CIRCOLO VIRTUOSO DI CULTURA, CERTI CHE SI SAREBBE COMUNQUE RIVERSATO POSITIVAMENTE SULLA SCUOLA. INOLTRE, CREARE ACQUISTI PER L’ITALIA E EMISSIONE DI SCONTRINI FISCALI E QUINDI DI iva PER LE FINANZE. Gli insegnanti si dimostrarono molto responsabili il primo anno di applicazione: le statistiche registrarono al primo posto l’acquisto dei libri, ai secondi il cinema, il teatro, e i dispositivi elettronico-digitali, e al terzo i corsi di aggiornamento di marca ministeriale o paraministeriale. Per il fanalino di coda si possono pensare più ragioni, tutte piuttosto eloquenti: per molti corsi l’interessato si sarebbe dovuto spostare, anche di molto, e la carta-docente non paga né alberghi, né viaggio, né vitto; alcuni corsi costavano quasi quanto l’intera carta, e infine… in parte sono corsi decisamente brutti, inutili o quasi inutili per risolvere problemi o prendere gusto a argomenti da riportare in classi concrete, con ragazzi concreti, in città concrete. Ma costano, mentre posso testimoniare che corsi locali auto gestiti e offerti gratis dai relatori hanno un valore contenutistico veramente interessante… Insomma: più un’autopubblicità di chi organizzava quelli ministeriali che un aggiornamento reale di cultura.
Personalmente, comprai molti libri e dizionari che non avrei mai comprato con lo stipendio: libri che indirettamente o direttamente avevano a che fare con quello che dovevo e volevo fare con e per i ragazzi. Uno sfruttamento della carta che applicavo una volta alla settimana fu a favore di un cinema artigianale che dava sempre films appena usciti e molto belli, con contenuti sicuramente da rilanciare con i ragazzi.
Il primo sgambetto arrivò subito il secondo anno di applicazione: con la scusa che la consegna degli scontrini avrebbe tolto tempo prezioso al lavoro di segreteria di ogni singola scuola, si impose agli insegnanti di loggarsi con firma digitale presso agenzie preordinate (tipo: Poste-Spid); inoltre, si pretese dai destinatari delle spese di essere loggati e collegati col Ministero stesso. Il lettore avrà già capito che il cinema di quartiere, gestito da volontari commoventi, fu la prima vittima della non-spesa del sottoscritto. La seconda fu nientepopodimeno che il teatro civico del capoluogo di provincia in cui insegno.Personalmente, lasciando in pace i politici, interpretai tutto questo come l’inizio della fine: una vendetta dei plenipotenziari ministeriali per chi aveva sottovalutato e snobbato i fantomatici corsi. E anche . diciamocelo, una promozione obbligatoria delle agenzie indispensabili di cui sopra. In realtà il risparmio di lavoro delle segreterie a me sembrava semplice: tenere gli scontrini controfirmati da rilasciante e docente acquirente, e entro una data stabilita portarli alla caserma più vicina della Guardia di Finanza: senza disturbare nessun agente, il piantone li avrebbe presi, chiusi in una cartellina con nome e cognome del docente e, smontando dal turno, messi in un raccoglitore. Cartellina a parte, non ci sarebbe stato nessuno spreco di carta.Quella cartellina sarebbe diventata materiale soggetto a possibili controlli “in entrata e in uscita”… Un’altra cosa che mi stupì fu l’insufficienza delle statistiche di cui sopra: sarebbe stato interessante sapere QUALI libri avevano avuto più successo, QUALI spettacoli, e soprattutto quali corsi erano stati i più snobbati. Insomma: una sorta di pagella redatta dagli insegnanti sull’offerta formativa loro rivolta…
(FINE PRIMA PUNTATA)
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