Quell’ #esoterico di #Platone

di Mario Vegetti (1937 – 2018) (Il Sole Domenica 27/5/18)

Mario Vegetti, uno dei più autorevoli conoscitori del pensiero antico e tra i massimi specialisti di Platone, è scomparso l’11 marzo scorso. Stava attendendo a una raccolta di saggi platonici per l’editore Carocci, che ora vede la luce: «Il potere della verità» (pagg. 284, € 24). Il libro contiene pagine edite e inedite; è una sorta di percorso lungo un trentennio tra le questioni sollevate nel mondo contemporaneo dal sommo filosofo greco. Vegetti in questo libro di Carocci sceglie saggi che trattano della «Repubblica» («Come e perché è diventata impolitica?»), dello statuto dell’utopia e della sua funzione nell’ambito del progetto platonico, delle dinamiche della scrittura, di altro. Qui offriamo in anteprima uno stralcio inedito dedicato alle ultime interpretazioni e, in particolare, a quella – nata nella Scuola di Tubinga e sostenuta in Italia da Giovanni Reale – che individuava il messaggio vero del filosofo nel Platone orale ed esoterico.

Esce la raccolta di saggi sul filosofo greco di uno dei più autorevoli conoscitori del pensiero antico, scomparso a marzo. Un percorso di studi lungo un trentennio

Un regime di brezze moderate e costanti sembra dominare negli ultimi anni le acque degli studi platonici. Le rotte sono ben tracciate, la navigazione sicura anche se forse non troppo emozionante (posso chiamare a testimoni in questo senso i Simposi platonici internazionali di Pisa, 2013, e Brasilia, 2016).

Ma le cose non sono sempre andate così. Nell’arco dei circa vent’anni (…), quelle acque sono state agitate da tempeste violente, foriere di naufragi, di arenamenti, di derive senza meta.

La prima tempesta, iniziata negli anni Sessanta e rafforzatasi nei due decenni successivi soprattutto in Germania (Tübingen) e in Italia (Milano, Università Cattolica), è andata sotto il nome di «nuovo paradigma ermeneutico» (oralistico-esoterico). Per essere estremamente concisi, si trattava della miscela esplosiva risultante da una rivisitazione delle critiche platoniche alla capacità della scrittura di esprimere e comunicare «le cose più importanti della filosofia» (Fedro, Lettera VII), e dalla concomitante rivalutazione delle testimonianze di Aristotele circa l’esistenza di cosiddette «dottrine non scritte» dovute a Platone. Il contenuto di queste dottrine consisteva principalmente nella teoria della generazione dei diversi livelli della realtà a opera di due principi, quello di unità e quello di molteplicità. La conseguenza era devastante per le consuete letture di Platone. La sua vera filosofia – una «metafisica dei principi» – non era mai stata scritta, bensì solo trasmessa per via orale ai discepoli dell’Accademia; il solo accesso di cui disponiamo a queste dottrine sono le scarne testimonianze aristoteliche e poche altre. Viceversa, l’immensa ricchezza di discorsi, ricerche, problemi presente nei dialoghi è ridotta, se non proprio allo stato di chiacchiera filosofica, almeno a quello della propedeutica a una filosofia che non può esporre né comunicare le sue più vere dottrine in forma scritta. Detto molto in breve, dunque, il rischio che la tempesta ermeneutica ci ha costretto ad affrontare è stato quello di trovarci con un Platone arricchito di «metafisica», ma amputato dei dialoghi.

Fortunatamente nel corso degli anni Novanta la tempesta andò finalmente placandosi, con il contributo, va detto, di studiosi di entrambe le tendenze: gli oralisti vennero ammettendo che i dialoghi costituivano nonostante tutto una parte integrante e imprescindibile della filosofia di Platone, e i loro avversari si convinsero che in essa anche gli esperimenti esoterici di filosofia dei principi attestati da Aristotele dovevano aver giocato un certo ruolo. Si esauriva così la carica eversiva cui mirava il nuovo paradigma ermeneutico e si tornava alla normalità dei progetti di ricerca.

Quasi si trattasse di un moto opposto, suscitato dallo scampato pericolo, a partire dagli anni Novanta si formò, soprattutto in ambito anglosassone, una grande ondata di studi che andavano nella direzione di una forte rivalutazione dell’efficacia della forma letteraria dialogica ai fini della configurazione della filosofia di Platone. Più che un dottrinario, Platone appariva ora soprattutto uno scrittore filosofico: la costruzione dei singoli dialoghi, il contesto, i personaggi, il gioco delle metafore, delle allusioni ironiche, degli sforzi persuasivi diventavano il centro dell’attenzione ermeneutica, rimodellando gli stessi sviluppi teorici. Tutto ciò aveva senza dubbio effetti positivi, come l’invito a dedicare maggiore attenzione alla dimensione letteraria dei dialoghi – vista come indispensabile anche alla comprensione dei loro contenuti dottrinali –, e i forti dubbi suscitati intorno alla possibilità di concepire Platone come pensatore sistematico, e i dialoghi come veicoli di questo sistema filosofico.

L’ondata dialogica rischiava però (e forse ancora rischia) di far arenare le ricerche platoniche su secche non meno pericolose degli scogli «oralisti» perché meno visibili. Sottolineare il carattere letterario della scrittura dialogica a scapito del tessuto dottrinale ha portato qualcuno a ritenere che in realtà nei dialoghi non sia riconoscibile alcuna formazione teorica, alcuna enunciazione di tesi filosofiche, alcuna pretesa di verità: saremmo insomma di fronte a una grandiosa «conversazione» intellettuale alla maniera di Rorty. Mi preme mettere in luce un corollario importante di questo atteggiamento: la negazione di qualsiasi carattere politico a testi come la Repubblica, in cui tutto il discorrere apparentemente politico avrebbe nient’altro che una funzione metaforica rispetto ai problemi di moralità personale, che costituirebbero il vero centro del dialogo; nessun progetto, dunque, nessuna utopia, nessuna critica sociale, ma, ancora una volta, metafore e dispositivi retorici di persuasione.

Dopo un Platone metafisico ma senza dialoghi, avremmo invece ora un Platone ricco di scrittura dialogica ma privo di filosofia e di progetti di verità.

Poiché la tendenza dialogica, nonostante questi esiti estremi, mantiene a mio avviso acquisizioni metodiche importanti, credo sia il caso di venire in chiaro su qualche suo aspetto che mi pare centrale. Io condivido le tesi dell’autonomia dei singoli dialoghi, e dell’autonomia dei loro personaggi. Occorre però fare subito qualche precisazione. Autonomia dei dialoghi non significa che ognuno di essi sia un’isola senza rapporti con le altre, quasi non fossero opere di uno stesso autore. E autonomia dei personaggi non significa che essi parlino in proprio, come quelli delle opere di storia. I dialoghi mantengono forti interrelazioni teoriche tra loro, talvolta esplicite, più spesso implicite; i personaggi interpretano il copione d’autore – ma questo copione è per lo più costruito attribuendo ai personaggi convinzioni coerenti, scelte di vita consapevoli, argomenti efficaci.

Autonomia dei dialoghi significherà allora che essi non possono in nessun caso venir concepiti come capitoli di un trattato filosofico, i cui risultati si depositano nel testo in modo cumulativo; di conseguenza, in linea di principio nessun dialogo dovrebbe venire interpretato a partire dalle acquisizioni di un altro dialogo, o interpolandovi le conclusioni di questo. Un esempio basterà a chiarire il senso di questa autonomia. La Repubblica e il Simposio non fanno alcun cenno alla reminiscenza come via di accesso alla conoscenza delle idee; essa è invece centrale negli argomenti del Fedone e del Menone. Ora, sostenere su questa base che la reminiscenza deve essere implicitamente ammessa anche nei primi due dialoghi, visto che è argomentata nei secondi, sembra del tutto inaccettabile. La divergenza platonica andrà semmai interpretata, ma non brutalmente annullata attribuendo una supremazia immotivata di un dialogo su un altro, o supponendo una inesistente cumulatività dottrinale.

Dal canto suo, autonomia dei personaggi significa valutare attentamente le ragioni che Platone attribuisce loro, in qualche caso forse ispirate dalle loro posizioni storiche, in altri puro frutto della creatività filosofica dell’autore. Un esempio sarà sufficiente anche a questo proposito. Gli interpreti che si affrettano a esultare per la confutazione di Trasimaco condotta nel libro I della Repubblica (peraltro fallita), ben difficilmente riusciranno a comprendere la profondità e la forza della tesi del sofista, che indica nel potere la fonte primaria della legittimazione e quindi della stessa giustizia; tesi che certamente non appartiene al Trasimaco storico ma che Platone ha creduto di attribuirgli – facendone così un personaggio che gioca un ruolo cruciale in tutto lo sviluppo teorico del dialogo.

Quando si tratta di Platone, però, nessun criterio di metodo può essere considerato definitivo ed esclusivo.

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