Formazione IA negli Snodi Formativi del bando DM 219/2025. L’approccio pedagogico di Licia Landi oltre i tutorial tecnici.
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Quando si parla di intelligenza artificiale e formazione degli insegnanti, la domanda corretta non è “quale strumento usare”, ma “quale apprendimento vogliamo costruire”. Una riflessione sul senso della formazione nell’era degli LLM generativi.
Tempo di lettura: circa 7 minuti · Aggiornato con riferimenti al D.M. 219/2025 e alle Linee guida MIM 166/2025
Negli ultimi tempi è comparso ovunque, come nuovo genere di offerta formativa, il corso sull’intelligenza artificiale per i docenti. Che sia chiamato “alfabetizzazione digitale”, “aggiornamento professionale” o “rivoluzione didattica con l’IA in due giorni”, il mercato è ormai saturo di proposte che promettono di trasformare ogni insegnante in un utente provetto degli strumenti generativi nel tempo di un weekend e, in cinque incontri, addirittura in formatore esperto per i docenti negli istituti scolastici.
In questo scenario è evidente che c’è molto che non torna, non perché la formazione sull’IA non sia urgente e necessaria, ma perché la frequentissima domanda sbagliata di partenza produce risposte sbagliate, essendo completamente schiacciata sull’uso strumentale dei tool di IA.
Formazione docenti PNRR e intelligenza artificiale: i rischi dell’approccio tecnocentrico
Una formazione che parte dallo strumento, con argomenti come “oggi impariamo ChatGPT”, “oggi usiamo Canva AI” e “oggi proviamo Gemini”, produce un effetto prevedibile: i partecipanti imparano a usare funzionalmente quello specifico strumento in quello specifico momento, poi tornano in classe, lo strumento evolve o viene sostituito e la competenza acquisita si azzera.
Il punto è che non si tratta di un problema tecnico, bensì di un problema pedagogico fondamentale, in quanto la formazione degli adulti, e quella dei docenti in particolare, funziona davvero solo quando parte dall’esperienza reale, quando interroga la pratica esistente e quando produce un cambiamento nel modo di pensare, prima ancora che nel modo di fare. Come abbiamo già riscontrato con il digitale, qualsiasi corso che insegna a cliccare non forma, al più, allena.
Il framework europeo DigCompEdu, che è il riferimento obbligatorio per qualsiasi percorso finanziato dal PNRR (D.M. 219/2025, art. 4), descrive sei aree di competenza del docente digitale e solo una di queste riguarda esplicitamente l’uso degli strumenti. Anche in questo caso, però, non in modo tecnico, ma attraverso la consapevolezza pedagogica del perché della scelta, della creazione e della gestione, mentre le altre cinque parlano di pratiche didattiche, valutazione, apprendimento personalizzato, potenziamento delle competenze degli studenti, coinvolgimento professionale, cioè di una tecnologia come leva, non come fine.
Che cosa cambia con l’IA generativa
Consideriamo, poi, che l’intelligenza artificiale generativa introduce una discontinuità reale rispetto alle tecnologie didattiche precedenti, perché non è uno strumento con qualche funzione in più, ma uno strumento che produce testi, immagini, codice ecc. e, per rimanere in ambito scolastico, traduzioni con una qualità sufficiente a mettere in crisi molte delle pratiche valutative tradizionali.
Queste “capacità” dell’IA creano problemi che ogni giorno molti docenti sentono concretamente come minaccia: se uno studente può delegare all’IA qualsiasi compito scritto, qual è il senso di continuare ad assegnarlo? Se un’IA traduce il latino meglio di molti studenti al terzo anno di liceo, che cosa stiamo insegnando davvero quando insegniamo la traduzione? Se un generatore di testi produce una tesina di cinque pagine in trenta secondi, che cosa rimane del valore della scrittura come processo cognitivo? E lo stesso vale anche in ambito scientifico.
Con queste domande siamo arrivati finalmente alla questione nodale, perché esse non hanno risposte tecniche, ma solo didattiche. Risposte che, per essere trovate, richiedono tempo, confronto tra pari, tanta riflessione sulla propria disciplina, familiarità con i framework di riferimento, sia europei sia nazionali, e qualcuno che sappia facilitare questo processo senza semplificarlo o avvilirlo a livello di tutorial.
Il quadro normativo del bando DM 219/2025 e le Linee Guida MIM 166/2025 come bussola, non come vincolo
Il Regolamento europeo sull’intelligenza artificiale (UE 2024/1689), la legge italiana 132/2025 e le Linee guida del Ministero dell’Istruzione (D.M. 166/2025), spesso considerati superficialmente come ostacoli burocratici, sono, in realtà, una bussola che ci indirizza verso la definizione di diritti, responsabilità e perimetri d’uso, in modo più equilibrato di quanto il dibattito pubblico sull’IA lasci spesso intendere.
Un docente che conosce questi riferimenti non è un insegnante più vincolato, ma più libero, informato, consapevole di che cosa si possa o non si possa fare, del perché, di come si possano motivare le proprie scelte di fronte agli studenti, ai genitori e ai colleghi, in grado di riconoscere quando uno strumento di IA è ad alto rischio ai sensi del Regolamento europeo e quando, invece, è a basso rischio. Insomma, un docente competente e riflessivo.
La formazione che funziona
Negli ultimi anni ho avuto modo di condurre moltissimi corsi formativi sull’IA (dopo un’esperienza più che ventennale nella didattica con le tecnologie e le metodologie) con i docenti, sia in servizio, nelle scuole e con i Poli formativi, sia in prima formazione, presso l’Università di Verona, constatando sempre che il cambiamento reale avviene quando le proposte partono dal contesto reale della scuola, non da esempi generici o dalla teoria fine a se stessa.
Un laboratorio di prompt engineering, per esempio, che prenda le mosse dalle programmazioni effettive dei partecipanti produce trasferimento immediato in classe, mentre uno che usi esempi inventati produce, soprattutto, l’effetto wow, con ricadute limitate, per non dire nulle.
I docenti lavorano continuamente sulla riflessione, non solo sulla pratica. Il debriefing, infatti, dopo una sperimentazione in classe o dopo un’osservazione diretta, fa capire perché qualcosa ha funzionato o non ha funzionato e contribuisce allo sviluppo della competenza, che si fortifica nel tempo, non alla memorizzazione della sequenza di click per l’uso di uno specifico strumento.
E questo avviene, in particolare, nella continuità di più incontri, con spazi per provare, tornare, raccontare e correggere, lavorando sui processi. Non è un caso che il D.M. 219/2025 preveda laboratori sul campo con una struttura continuativa, non solo workshop isolati.
Snodi formativi intelligenza artificiale: come spendere bene i fondi del DM 219
L’Investimento 2.1 del PNRR, attuato dal D.M. 219/2025, mette a disposizione risorse significative per la formazione del personale scolastico sull’IA, offrendo a scuole e docenti un’opportunità reale, a condizione di non sprecarla in formazione di facciata o con l’acquisto di pacchetti all-inclusive, senza una reale selezione dei formatori.
Come già nell’esperienza da poco conclusa, le scuole che useranno bene questi fondi non sono quelle che organizzeranno più corsi, acquistandoli in blocco per completare in fretta le ore di formazione a disposizione, ma quelle che avranno la lucidità di chiedersi: che cosa vogliamo che i nostri docenti sappiano fare, in modo diverso da prima, alla fine di questo percorso? Come possiamo contare su competenze chiare nel nostro istituto? Come possiamo coinvolgere i nostri studenti in percorsi significativi con l’IA?
E, a partire da queste domande, sceglieranno formatori in grado di rispondere con serietà e comprovata professionalità.
La formazione sull’IA, come abbiamo visto, non è una questione tecnologica, ma una questione educativa e, per questo, richiede chi ha fatto della didattica il proprio campo di lavoro e di sperimentazione, non chi ha imparato a usare gli strumenti la settimana prima, magari in un corso a pagamento per diventare formatore in cinque incontri.
Dalla riflessione alla pratica
Se queste domande sono anche le vostre, la formazione non può limitarsi all’uso degli strumenti, ma deve accompagnare i docenti nella progettazione didattica, nella sperimentazione in classe e nella riflessione sui processi.
I percorsi formativi che conduco con le scuole nascono esattamente da questa impostazione e sono progettati in coerenza con il D.M. 219/2025.
