La società degli #incompetenti

MARILISA PALUMBO, (La Lettura. Corriere, 19/2/17)

Prima di cominciare a parlare del suo libro, ci tiene a dire una cosa. «Non sono uno snob. I miei nonni erano immigrati, io sono cresciuto in una zona operaia del Massachusetts in mezzo a persone che andavano a lavorare in fabbrica, non ho trascorso la mia vita circondato da intellettuali». Tom #Nichols, professore allo Us Naval War College e alla Extension School di Harvard, ha deciso di sfidare chi lo taccia di elitismo per combattere la sua personale guerra contro «la fine della competenza». La sfiducia negli esperti sta minando secondo lui le fondamenta stesse delle nostre società democratiche. Lo scrisse, a mo’ di sfogo, in un post del gennaio 2014 sul sito «The Federalist» intitolato proprio The death of expertise. Due anni, migliaia di commenti e numerose richieste di traduzione in altre lingue dopo, quel testo, con lo stesso titolo, è diventato un saggio, pubblicato pochi giorni fa negli Stati Uniti dalla Oxford University Press.

Insomma, tutti ci sentiamo esperti ma pochi lo sono, e nei confronti di quei pochi manifestiamo scetticismo, persino rabbia.

«In una sit-com anni Ottanta, Cheers (in Italia Cin Cin, ndr ), c’era questo Cliff che stava sempre in un bar di Boston e snocciolava commenti su tutto aggiungendo sicuro: “È un fatto noto”. Oggi siamo tutti Cliff: pensiamo di avere diritto alla nostra verità, sostenuti da Google e da Wikipedia e dalla facilità con cui si possono esprimere opinioni sui social. Si crea così un conflitto tra le persone che si costruiscono la verità più conveniente, e gli esperti, che per la natura stessa del loro lavoro – dalla scienza alla diplomazia – devono fare i conti con un quadro di verità condivise, e non hanno il lusso di inventarsele. Il dibattito pubblico è diventato una forma di affermazione del proprio ego, essere contraddetti un insulto: l’assunto narcisista del “sono bravo quanto te” sta distruggendo la repubblica».

Lei nota che c’è più arroganza dove c’è meno conoscenza. In un sondaggio del «Washington Post» del 2014, per esempio, i più convinti sostenitori di un intervento in Ucraina erano quelli che meno conoscevano il Paese.

«È l’effetto Dunning-Kruger (dal nome dei due ricercatori che lo identificarono in uno studio del ’99, ndr ): più sei stupido, più sei convinto di non esserlo. C’è così tanta informazione in giro che le persone pensano di assorbirla solo essendone immersi, ma è come dire di essere bravi nuotatori perché si sta in una tempesta di pioggia. È il paradosso dei nostri tempi: l’accesso alla conoscenza non è mai stato così facile, ma la resistenza all’apprendimento non è mai stata tanto forte. Mi spaventa l’inconsapevolezza quando non addirittura l’orgoglio dell’ignoranza».

L’anti intellettualismo è però un elemento fondante della cultura americana: che cosa c’è di diverso e più preoccupante oggi?

«Gli europei sono sempre stati più a loro agio di noi a parlare di classe sociale: per decenni, se chiedevi a un americano se fosse ricco o povero, avrebbe risposto middle class. Ma oggi le più grandi divisioni nel nostro Paese non sono economiche, bensì culturali. Le persone con scarse conoscenze, anche se molto ricche, hanno paura delle persone istruite. E sviluppano un’ostilità attiva al sapere».

D’altra parte, però, lei dice che l’istruzione di massa ha creato mostri. I vaccini, per esempio: le più restie a somministrarli ai loro piccoli non sono le mamme poco istruite dei paesini, ma quelle, laureate, dei sobborghi attorno a San Francisco.

«Sì, perché ritengono di avere il background sufficiente a sfidare il consenso medico. L’istruzione di massa dà solo l’illusione del sapere, maschera il divario culturale con i titoli di studio. Per non parlare del fatto che ci tocca importare ingegneri e scienziati mentre i nostri ragazzi vogliono studiare storia del cinema. Ma guai a farlo notare ai miei studenti…».

Che non sono abituati a essere sfidati o contraddetti, a cominciare dai genitori…

«Le mamme e i papà portano i ragazzi in giro per il Paese a visitare college come se dovessero scegliere la casa da comprare. E nei campus questi giovani adulti sono immersi in un ambiente ovattato dove l’istruzione è pensata per andare incontro ai loro bisogni. Non hanno idea di cosa significhi essere cittadini, di come si indagano i problemi, di cosa sia il pensiero critico. Pensiamo alla dittatura del politicamente corretto: stiamo insegnando ai nostri ragazzi che nessuno deve essere in disaccordo con loro, che devono sempre essere felici e confortevoli. Questa cultura terapeutica dell’istruzione, che diventa un modo per accrescere l’autostima più che per imparare, è letale per il loro sviluppo intellettuale. I ragazzi a cui non è mai stato detto che erano nel torto diventano adulti fragili e arroganti. E cinici. Non bisogna scambiare il cinismo con l’essere sofisticati, il più del volte è resistenza all’apprendimento».

Lei sostiene che le emozioni siano diventate più importanti dei fatti.

«Quante volte ascoltiamo frasi come “sento che l’economia va male”? Se fai un’obiezione, dati alla mano, la reazione è: “Perché mostri una tale mancanza di rispetto per i miei sentimenti?”. È la dittatura delle emozioni».

Quanta responsabilità ha la politica, che spesso fa appello alla pancia più che alla testa degli elettori?

«Guardi, Trump si bea della sua mancanza di conoscenza, ma tutto è cominciato con Bill Clinton nel ’92: durante un dibattito rispose a un elettore che lo contestava: I feel your pain, sento il tuo dolore. Non ci siamo più ripresi da allora. Ora i politici cominciano a rendersi conto che questo processo è fuori controllo. Gli elettori fanno le vittime per attirare l’attenzione e i politici assecondano questa logica, ma se dici tutto il tempo che le cose vanno male, quando potrai dire che stanno migliorando la gente non ti crederà. Gli elettori sono diventati come bambini, votano come bambini».

E il livello di competenza della classe dirigente si è abbassato.

«Gli elettori sono così insicuri e narcisi che invece di eleggere qualcuno che li spinga a migliorarsi vogliono sul palcoscenico pubblico gente che sia al loro livello. I politici a loro volta non cercano più i loro consiglieri tra i migliori in accademia o nel privato, ma li scelgono per lealtà. È un meccanismo pericoloso: ricordiamoci che gli Stati Uniti non sono una democrazia ma una repubblica».

Si spieghi meglio.

«I politici non sono lì per fare automaticamente qualunque cosa chiediamo loro, devono esercitare il loro giudizio, operare una mediazione. L’uguaglianza politica non è uguaglianza reale: godiamo degli stessi diritti ma non significa che abbiamo gli stessi talenti e le stesse conoscenze».

Di recente un medico italiano ha fatto discutere bloccando alcuni commenti a un suo post sui vaccini e spiegando la sua decisione con la frase: «La scienza non è democratica». Ci sarà una rivolta degli esperti?

«Io spero che si sforzino di dialogare di più con il pubblico. I medici cominciano a farlo perché più di altri vedono le conseguenze immediate dell’ignorare i loro consigli, dalle autodiagnosi alla guerra ai vaccini. Ma non sarà facile: a nessuno piace fare la parte dell’adulto che entra nella stanza per dire che la festa è finita ed è ora di andare a letto. Il mio timore è che si chiudano ancora di più, che la politica si riduca a teatro per le masse mentre loro muovono i fili dietro le quinte, senza controllo. Sarebbe la tecnocrazia, e io non me la auguro: gli esperti devono essere i servitori, non i padroni, della democrazia».

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