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LESBIA SECONDO CATULLO

Catullo conobbe a Roma la donna destinata ad occupare il centro dei suoi pensieri e della sua produzione poetica, la chiamò Lesbia, secondo la moda dei poeti elegiaci, che assegnarono uno pseudonimo alle donne cantate. La stessa scelta del nome rivela le radici del mondo poetico e letterario di Catullo: Lesbia è il femminile di "lesbius" (di Lesbo) e si riferisce all’isola del Mar Egeo che fu patria di Saffo, celebre poetessa greca ai cui versi Catullo s'ispirò spesso (come il carme 51, che ricalca quasi completamente la lirica di Saffo, fr.2 D).

E’ difficile comprendere la personalità di Lesbia dai testi di Catullo, in quanto egli, condizionato dall’amore per lei, non riesce a darne un giudizio obiettivo.

All’inizio della relazione e subito dopo essersi riconciliati, in seguito ad un periodo di crisi, Catullo, spensierato ed entusiasta per il suo amore, fa apparire Lesbia bella e gioia della sua anima.

Infatti nel carme 86,5-6 descrive l’avvenenza di Lesbia con queste parole: "Lesbia formosa est, quae cum pulcerrima tota est, / Tum omnibus una omnis subripuit veneres"; Bella è Lesbia, sia perché è bellissima tutta, / sia perché ha rubato a tutte quante ogni grazia. Tale pensiero è ripreso nel carme 107 dove la definisce " gratum animo proprie" (gioia dell’animo più autentica).

giardinoNel carme 2,5-8 è presente l’immagine di Lesbia che gioca con il passero e che cerca sollievo dalle pene d’amore svagandosi con l’uccellino ("Cum desiderio meo nitenti /carum nescio quid libet iocari /et solaciolum sui doloris, / credo, ut tum gravis acquiescat ardor", Al fulgente mio desiderio piace trastullarsi con qualcosa di caro che risulta un piccolo conforto al suo desiderio ardente d’amore perché allora, credo, s’acquieti il tormentoso ardore), e nel carme 3,17-18 ("Tua nunc opera meae puellae/ flendo turgiduli rubent ocelli", "Ora, per causa tua, gli occhi della mia ragazza sono tutti gonfi e rossi per il pianto") spiccano la grazia e la delicatezza della nota affettiva.

La vera natura di Lesbia emerge, però, nel carme 8, nel quale lei si allontana dal poeta, nonostante sia stata amata da lui come da nessun’altra, mostrando la sua incapacità di rimanere fedele ad un amore così sincero (v.5 "Amata nobis quantum amabitur nulla", Amata da noi quanto nessun’altra sarà mai amata; v. 9 " Nunc iam illa non vult", ora lei non vuole più; v.14 "At tu dolebis, cum rogaberit nulla", Ma tu soffrirai quando non sarai cercata; v.15 "Quae ibi manet vita?", Quale vita ti è destinata?).

Inoltre, in un momento di collera, a conclusione del suo tormentato amore, Catullo rimarca l'idea che lei sia corrotta dai piaceri e dalla perdizione: lasciato un vero amore, preferisce altri amanti, scelti più per capriccio che per vera passione (carme 11, 17-20 "Cum suis vivat valeatque moechis, quos simul complexa tenet trecentos, nullum amans vere, sed identidem omnium ilia rumpens", Stia bene e se la goda con i suoi amanti che abbraccia contemporaneamente in numero di trecento, non amando nessuno davvero, ma fiaccando le reni di tutti).

Ma anche quando l'amore sembrava conoscere un momento di serenità, gli atteggiamenti e le parole di Lesbia non rassicuravano Catullo e turbavano la serenità dell'amore (70, 3 "Mulier cupido quod dicit amanti, in vento et rapida scribere oportet aqua", Ciò che la donna dice all’amante pazzo d’amore bisogna scriverlo nel vento e sull’acqua che scorre vorticosa), e, sebbene nel carme 72,1-2 "Dicebas quondam solum te nosse Catullum, Lesbia, nec prae me velle tenere Iovem" (Dicevi un tempo che tu conoscevi il solo Catullo, o Lesbia, e che al posto mio non avresti voluto avere come amante nemmeno Giove), la disillusione si stava delineando.

Francesca Ferretto, Rosamaria Santoro, Giulia Scrinzi e Rachele Tommasi

 

 

 

NOTEVOLI USI LINGUISTICI:
ocelli (3,18),
vivat (11,17)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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