La nobile arte di #persuadere

La #Retorica   di #Aristotele: una tecnica per convincere un uditorio con buone ragioni ma evitando di scadere nella demagogia. Ecco perchè dovrebbe essere un riferimento nella formazione del buon cittadino

di #ArmandoMassarenti

La Retorica di Aristotele è ancora oggi un punto di riferimento per chiunque abbia a cuore uno dei nodi cruciali per la formazione del buon cittadino. «La teoria dell’argomentazione – scriveva Norberto Bobbio nell’introduzione del Trattato dell’argomentazione di Chaïm Perelman e Lucie Olbrechts-Tyteca (1958), gli studiosi che nel ’900 compresero appieno la portata di quell’insegnamento – è lo studio metodico delle buone ragioni con cui gli uomini parlano e discutono di scelte che implicano il riferimento a valori quando hanno rinunciato a imporle con la violenza o a strapparle con la coazione psicologica, cioè alla sopraffazione e all’indottrinamento». È un’arte che studia cosa c’è di persuasivo in ogni discorso, una tecnica che si avvale sia del buon uso delle emozioni sia di strumenti di tipo logico. Detto ciò, ecco già bello e delineato, in poche sicure pennellate, un attualissimo programma per la scuola di oggi, che di queste competenze – sia a livello di chi insegna sia di chi apprende – avrebbe un enorme bisogno.

Ma tuffiamoci pure nel passato. Soffermiamoci sull’autore di quello straordinario manuale, togliamogli di dosso la polvere che ingiustamente immaginiamo lo ricopra, e pensiamolo giovane diciottenne alle prese con una materia, la retorica appunto, che egli intende rinnovare legandola strettamente alla necessità di trasmettere i saperi più fondati. Si è sempre pensato che la Retorica, di cui Carocci propone una splendida edizione curata da Silvia Gastaldi, fosse stata composta da Aristotele nel suo secondo periodo ateniese, quando egli era un maturo docente nel celebre Liceo. L’interpretazione di Ingemar Düring, che ha modificato l’intera cronologia delle opere dello Stagirita, invece, fa oggi risalire la stesura di questo testo al primo periodo ateniese, ovvero alla gioventù del filosofo e al successivo ventennio da lui trascorso in seno alla rinomata Accademia e accanto al maestro Platone.

In entrambi i casi, con la Retorica siamo di fronte a un testo per la scuola, un manuale – in tre libri – scritto appositamente per l’insegnamento. Ma è più affascinante immaginare, con Düring, un Aristotele ancora giovanissimo e fresco di studi il quale, nella stesura del trattato sull’arte della strutturazione dei discorsi, mette in pratica le raccomandazioni del maestro Platone – il quale sente, così come il suo allievo, il bisogno di un urgente rinnovamento della retorica ateniese – e ne critica diligentemente i presupposti. La novità della proposta aristotelica sta nella precisa volontà di trasformare la retorica da mera prassi (empeiria), atta a convincere chiunque di qualunque cosa – così come era stata consegnata dalla tradizione precedente nelle mani dei Sofisti -, a vera e propria techne, cioè al rango di ars – come la chiameranno i latini e poi gli scolastici medievali che la collocheranno tra le artes liberales sermocinales del Trivio – dotata di una teoria sua propria, e capace di radicare una volta per tutte le pratiche del logos nella dimensione razionale. È grazie ad Aristotele, dunque, che la retorica è divenuta quell’abilità normata, grazie alla quale «si è in grado di ragionare (syllogizesthai) intorno a qualsiasi problema proposto».

Che cosa insegnava, dunque, Aristotele? Il suo pensiero contribuì in maniera decisiva a restituire dignità a un’attività intellettuale che era stata declassata da molti Dialoghi platonici: nel Protagora e nel Gorgia, per esempio, i costruttori di discorsi, i Sofisti, sono presentati come parolai, demagoghi, adulatori dei politici. Quei giovani ateniesi, dunque, si trovarono di fronte a un modo del tutto nuovo di concepire i discorsi destinati a un pubblico: in pratica Aristotele li spinse a comprendere che, per strutturare un discorso convincente, su qualunque argomento, è necessario innanzitutto saper ragionare correttamente. Aristotele accomuna dialettica e retorica in quanto discipline “sorelle” che non possiedono un oggetto determinato – come accade ad esempio alla fisica o alla storia -, ma che di tutto possono discettare in modo convincente purché il ragionamento vi sia ben allestito e fondato su corretti presupposti. Sia la dialettica, arte del dibattimento speculativo, sia la retorica, arte della parola pubblica, rivolta a un uditorio – politico o giudiziario -, utilizzano nozioni generalmente accettate (endoxa), opinioni condivise che fanno leva sull’interlocutore, e aiutano a costruire o rafforzare i valori della comunità.

L’opinione (doxa) in Aristotele perde però il valore svalutativo conferitole precedentemente da Platone, e diviene la base dell’edificazione del discorso retorico mirato alla persuasione. Assai realisticamente egli tiene conto del fatto che nella vita associata non si fanno discorsi basati su verità inconfutabili, come quelle logiche o matematiche, ma che spesso dobbiamo argomentare a partire da premesse che sono vere per lo più, o confermate da testimoni autorevoli, e che questi discorsi hanno anch’essi diversi gradi di validità e diversa portata conoscitiva. Così egli insiste, oltre che sulla chiarezza (saphes) dello stile, sull’uso corretto della metafora, concepita non tanto come elegante figura di abbellimento, ma come strumento cognitivo capace di sollecitare la fantasia e quindi di favorire l’apprendimento.

Su un aspetto però Aristotele concordava col suo maestro dell’Accademia: ovvero sul fatto che la retorica è capace di psychagogia, di condizionare psicologicamente l’ascoltatore ammaliandolo con le parole. Il filosofo è ben consapevole del potere immenso della parola, soprattutto quando essa è sulla bocca di politici dalle cattive intenzioni, ed è per questo che insiste, nel secondo libro, sull’importanza del carattere di chi parla (ethos tou legontos), sulla sua saggezza, sulla sua virtù etica (arete) e sulla credibilità che egli raccoglie presso l’uditorio cui si rivolge. E, d’altra parte, egli insiste anche molto sulla portata delle passioni (pathe) che possono essere suscitate da un discorso ben costruito, sul fatto che «tanto le qualità etiche del parlante, quanto le reazioni emotive di chi ascolta emergeranno dalla strutturazione impressa al discorso». Non stupisce, dunque, se egli pretende che l’oratore sia un profondo conoscitore della sensibilità umana, capace di comprendere la psicologia dell’uditorio e le passioni che lo animano: una sapienza che può diventare un’arma a doppio taglio se il retore capace è al soldo della demagogia.

In ambito cognitivista anglosassone, oggi si rivaluta enormemente lo «statuto psicologico delle passioni» di cui Aristotele dà prova nella Retorica. Martha Nussbaum afferma che per il filosofo «le passioni non sono cieche forze animali, ma elementi costitutivi della personalità, dotati di intelligenza e discernimento, strettamente correlati a convinzioni di un certo tipo e quindi sensibili a modificazioni cognitive».

La retorica aristotelica, dunque, intesa come apprendimento di una tecnica (theorein), si pone quale strumento virtuoso di educazione ed è per questo suo valore pedagogico che andava insegnata nelle scuole: non solo affinché fossero formati gli uomini politici del futuro democratico, ma anche e soprattutto perché tutti gli altri cittadini venissero dotati di strumenti cognitivi e speculativi utili allo smascheramento di quei camuffamenti tipici del linguaggio politico, che fa leva su opinioni sbagliate eppure largamente condivise e su passioni negative. Dell’estrema importanza dell’apprendimento della retorica – insieme alla logica – nella formazione dei giovani scolari erano ben consapevoli i docenti italiani già nel Medioevo e ne erano convinti i Gesuiti che la insegnavano nei loro collegi. Oggi che le giovani generazioni sono esposte più che mai alle conseguenze del caos affabulatorio e persuasivo della multimedialità, in Italia – a parte il timido tentativo dell’istituzione del “saggio argomentativo” tra le prove scritte di Italiano della scuola superiore, tuttavia non supportato da un’adeguata preparazione logico-retorica – non si è ancora pensato seriamente a quanto gioverebbe alle nostre giovani menti la reintroduzione della Logica e della Retorica nel curriculum scolastico?

Aristotele, Retorica , introduzione, traduzione e commento di Silvia Gastaldi, Carocci, Roma, pagg. 640, € 34,00

Lascia un commento