Paul #Veyne

C’era una volta la tollerante #Palmira

di Anna Lombardi (Repubblica 2/9/16)

Il grande archeologo francese Paul Veyne ha scritto la storia della città distrutta dall’Is

Mischiavano l’aramaico al latino e al greco, si sentivano cittadini romani ma veneravano divinità esotiche, erano estremamente tolleranti verso ogni tipo di differenza, religiosa innanzitutto. Eccoli gli abitanti dell’antica Palmira, la città martoriata dall’Is: uomini e donne raffinatissimi, che indossavano abiti cuciti anziché drappeggiati – uno stile straordinariamente all’avanguardia per il gusto dell’epoca – e che, dopo essersi arricchiti grazie al loro talento di carovanieri, trasformarono un’oasi del deserto in città dallo squisito gusto ellenico.

A ripercorrerne la storia è un libricino di 100 pagine appena pubblicato in Italia da Garzanti, intitolato appunto

Palmira. Storia di un tesoro in pericolo, dell’archeologo francese Paul Veyne, l’erudito 86enne amico di Michel Foucault, già autore di testi raffinati come I greci hanno creduto ai loro miti? e Quando l’Europa è diventata cristiana.

Sembra quasi di vederlo l’anziano studioso che, all’indomani della distruzione del tempio di Bel a Palmira nell’estate del 2015 per mano dello Stato Islamico, decide sedendosi a tavolino di scrivere di getto, quasi a memoria, la storia di Palmira: «Sono voluto tornare al mio vecchio mestiere di professore, ossia fare la guida turistica nel tempo». Così l’antica città distrutta dai fanatici dell’Is torna a vivere nelle sue pagine, le pietre sostituite dall’abile intreccio di parole che riportano in vita non solo quelle testimonianze andate in polvere, ma la vita di ogni giorno, partendo proprio da quel tempio di Bel «eretto sul fondo di un lunghissimo colonnato che serviva a tranquillizzare il visitatore, segno di appartenenza alla “vera” civiltà ». Ma di cui presto si scoprivano particolarità stupefacenti che ne facevano «l’elemento distintivo di una cultura diversa, pericolosamente vicina alla barbarie nomade ».

Nel libro prendono vita luoghi, divinità, eroine del passato ed eroi del presente. Dalla mitica Zenobia, la regina che dalla provincia polverosa tentò di appropriarsi della corona imperiale sognando di entrare trionfalmente a Roma con il suo esercito, fino a Khaled al Assad, il direttore degli scavi per oltre quarant’anni che di Palmira conosceva ogni segreto, assassinato dai jihadisti perché “idolatra” e a cui Veyne dedica giustamente il libro.

«A metà strada tra il Mediterraneo e l’Eufrate, costruita strizzando l’occhio all’estetica ellenistica senza mai rinnegare le proprie radici», Palmira resta dunque una città straordinaria proprio per come ha saputo trasformarsi in sintesi di culture. Un «luogo dove soffia un fremito di libertà, di anticonformismo, di multiculturalismo»: quello che gli estremisti non le hanno perdonato. Un luogo di sperimentazione, anche artistica, la cui memoria era custodita anche in quei monumenti oggi distrutti. Capolavori come il bassorilievo del tempio di Bel su cui era rappresentata la processione di un gruppo di donne, avvolte dalla testa ai piedi in certi arabeschi di pieghe e di veli talmente astratti da far pensare alle audacie dell’arte contemporanea. Scrive Veyne: «Ostinarsi a conoscere una sola cultura, la propria, significa condannarsi a vivere una vita soltanto, isolati dal mondo che ci circonda ». Nel tempo trascorso fra l’uscita del libro in Francia e la sua traduzione italiana, Palmira, la città che ha sempre scelto di mischiarsi col mondo, è stata liberata. Duemila anni dopo, il suo messaggio di tolleranza è più forte che mai.

IL LIBRO Palmira di Paul Veyne (Garzanti, trad. di E. Lana pagg. 104 euro 15)

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