Alla vigilia di Didacta, e sempre prima di eventi simili, mi porto dietro una domanda inevitabile: quando parliamo di AI a scuola, di che cosa veramente stiamo parlando? Le campagne pubblicitarie presentano con frequenza incalzante l’intelligenza artificiale come strumento di efficienza e puntano su risparmio di tempo, automazione e velocità. Tutto legittimo, ma l’aspetto pedagogico dov’è?
Se il valore che orienta le nostre scelte è solo l’efficienza, allora adottiamo l’AI per fare prima e per alleggerire, correndo il rischio di utilizzarla in modo superficiale, perché le azioni vengono semplificate, ma i processi non sono né ripensati né finalizzati agli obiettivi di apprendimento.
Se, invece, scegliamo un uso pedagogicamente intenzionale, la prospettiva cambia radicalmente. L’AI non serve a fare prima, ma a fare diversamente: riprogettare le attività, sperimentare approcci nuovi e affinare progressivamente la pratica didattica riflessiva e critica per un apprendimento più profondo e consapevole.
L’AI non è neutra. Come ogni altro strumento didattico, modella le nostre scelte educative e pedagogiche e la sua adozione critica richiede investimento di tempo, di riflessione e di formazione, non compressione. Allora, prima di accogliere i messaggi pubblicitari o di scegliere uno strumento di AI, non chiediamoci quanto tempo ci fa risparmiare, ma che tipo di apprendimento ci aiuta a costruire.
Questa è la prima di alcune riflessioni che condividerò nelle prossime settimane.
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