Nel dibattito internazionale sui limiti di età per l’accesso ai social media è intervenuta anche UNICEF con una dichiarazione che pone l’attenzione su una questione troppo frequentemente elusa: chi deve rispondere dei rischi che questi ambienti producono.

A fronte di un approccio che continua a fare leva quasi esclusivamente sulle responsabilità di famiglie e scuole, il testo chiarisce che politiche fondate unicamente su divieti o sul controllo familiare non solo non impediscono ai più giovani di accedere ai social media attraverso soluzioni alternative o piattaforme meno regolamentate, ma finiscono anche per spostare la responsabilità lontano da chi progetta, governa e monetizza le piattaforme.

Ridurre il dibattito a una contrapposizione tra “social sì” e “social no” risulta, così, fuorviante. Se è vero che l’ambiente digitale può esporre bambini e adolescenti a rischi significativi, è altrettanto vero che, per molti, in particolare per chi è isolato o marginalizzato, questi spazi rappresentano una componente essenziale di partecipazione, apprendimento e inclusione.

La dichiarazione contesta, perciò, un’impostazione che tratta l’età come una variabile puramente tecnica, ignorando che gran parte dei rischi online deriva da decisioni industriali precise, come le architetture persuasive, i sistemi di raccomandazione automatica dei contenuti e l’opacità dei meccanismi algoritmici e dell’intelligenza artificiale integrata nelle piattaforme.

Si tratta di una posizione coerente con l’approccio più ampio di UNICEF sui diritti dei bambini nell’era dell’intelligenza artificiale, che sposta il focus dalla sola regolazione dell’accesso alla governance delle tecnologie e dei modelli di business digitali.

🔗 La dichiarazione di UNICEF: https://www.unicef.org/press-releases/age-restrictions-alone-wont-keep-children-safe-online

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