La vera sfida di formare docenti al digitale non è insegnare strumenti, è cambiare la domanda: da “quale app uso?” a “quale apprendimento voglio aiutare a costruire?”.

So che sembra paradossale, ma un’aula con 30 schermi accesi può essere il posto più passivo del mondo, se la tecnologia è solo un involucro e gli studenti si limitano a eseguire istruzioni. La tecnologia entra davvero in aula quando trasforma l’esperienza di apprendimento dello studente, quando non si limita a sostituire o amplificare ciò che già c’era, ma arriva a ridefinire esperienze che prima non erano possibili.

Ora l’IA aggiunge una sfida nuova e insidiosa, perché non basta usarla, bisogna usarla con lo studente, dentro i processi cognitivi che mobilitano la competenza.

Formare alla didattica digitale significa allora formare docenti con uno sguardo epistemico, convinti che l’apprendimento sia un processo di costruzione attiva, che errore e revisione siano risorse e che la valutazione non sia il momento conclusivo, ma una pratica continua. Docenti che acquisiscano questa consapevolezza per poter creare le condizioni perché i propri studenti la sviluppino a loro volta, che non subiscano la tecnologia e abbiano come bussola non l’apprendimento digitalizzato, ma l’autonomia di chi impara.

Con questo spirito inizio oggi i nuovi corsi di Metodologie della didattica digitale per i percorsi 60 e 30 CFU.

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Il digitale non è una questione di strumenti. È una questione di visione.