Con la diffusione dell’AI generativa, non cambia la teoria del testo, ma diventa più visibile la distinzione che la semiotica aveva già posto da tempo tra produzione di testo e produzione di senso*. Da qui emerge l’urgenza di una competenza, la semiotica, ancora oggi trattata come residuale.
Prendiamo Barthes. Da anni “La morte dell’autore” circola ridotta a slogan banalizzante (e sostanzialmente falso), con la vulgata secondo cui il lettore farebbe ciò che vuole, l’autore non conterebbe e ogni interpretazione varrebbe quanto un’altra.
Barthes non intendeva liberalizzare l’interpretazione, ma compiere l’operazione teorica precisa di sottrarre il testo alla garanzia psicologica dell’intenzione autoriale. Il senso non è nella coscienza di chi scrive, ma nasce dentro una rete linguistica, culturale e storica che precede ed eccede il soggetto. In altre parole, lo scrittore non è un’origine sovrana, ma un punto di passaggio di codici che non controlla integralmente.
Questo non significa che qualsiasi interpretazione valga, ma che nessuna interpretazione sia autorizzata dall’intenzione dell’autore come criterio ultimo di verità, perché il testo non risponde a un io, ma a una struttura. Per questa ragione l’interpretazione non è arbitraria, ma vincolata alla lingua, ai dispositivi simbolici e alle relazioni interne del testo stesso (un aspetto che ho approfondito lavorando in modo sperimentale sull’ipertestualità**).
Barthes va letto dentro la costellazione che lo produce (Saussure, Hjelmslev, Kristeva e il lungo confronto con la critica biografica di matrice sainte-beuviana). Se lo poniamo fuori da quel contesto, “la mort de l’auteur” diventa uno slogan, mentre, dentro quel contesto, è una restrizione teorica.
Il paradosso della divulgazione contemporanea, spesso nutrita da sintesi rapide, estratti e mediazioni algoritmiche, è il richiamo a Barthes per legittimare esattamente ciò che Barthes contestava, cioè l’idea che il senso sia libero, fluido e sciolto da vincoli. In pratica, si restaura l’autore come autorità, dichiarando nello stesso tempo di averlo superato.
Leggere Barthes davvero significa, invece, accettare che il testo sia più strutturato di noi e, proprio per questo, meno disponibile alle scorciatoie interpretative.

* I modelli linguistici generativi non comprendono semanticamente ciò che producono, operando su correlazioni statistiche e probabilità linguistiche. Non si tratta di “comprensione” nel senso umano del termine, ma di generazione di sequenze linguistiche coerenti rispetto a pattern appresi. Proprio per questo la semiotica torna centrale, perché permette di distinguere tra coerenza sintattica, plausibilità culturale e reale organizzazione del senso. Su questa distinzione si innesta, oggi, il fenomeno del confondere la produzione di testi ben formati con la produzione di senso. È qui che il fraintendimento di Barthes trova terreno fertile.

** Il rapporto tra teoria del testo e ipertestualità è stato affrontato esplicitamente da George Landow in Hypertext: The Convergence of Contemporary Critical Theory and Technology (1992), dove la struttura ipertestuale viene letta come realizzazione materiale di alcune intuizioni di Barthes e Derrida: testo senza centro fisso, percorso di lettura non predeterminato e molteplicità dei nodi di senso. L’ipertesto, ovviamente, non illustra la teoria, ma la mette alla prova nella pratica.
Tra le mie prime riflessioni a sostegno della didattica dell’ipertesto e della sua progettazione e realizzazione con le classi, mi piace ricordare: Le nuove frontiere dell’insegnamento, Atti del Seminario “Le nuove tecnologie multimediali nella scuola, nell’azienda, in Internet”, 1997, pp. 3-4 e Didattica e ipertestualità, in Annuario del Liceo Classico S. Maffei, 1998, pp. 101-106

 

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