Il paradosso della scuola è dire di preparare al futuro e poi spaventarsi ogni volta che il futuro arriva puntuale.
Adesso il problema è l’IA, ma questa è solo l’ultima provvisoria puntata di una serie già vista, quella che riguardò Internet e prima ancora la calcolatrice e prima ancora chissà che cos’altro che adesso ci sembra ovvio. Ogni volta la stessa reazione: resistenza, allarme e fiumi di parole, poi, passata la ‘nuttata’, diventa quasi impossibile immaginare come si faceva prima.
Vale la pena fermarsi a ragionarci a mente fredda. Se l’istruzione esiste per formare menti capaci di muoversi in un mondo che cambia, allora la resistenza al cambiamento non è una posizione difensiva, ma è una contraddizione in termini e l’attaccamento viscerale all'”abbiamo sempre fatto così” non è prudenza, ma il sintomo di una scuola che ha smesso di credere nella propria missione dichiarata.
Finché non si risolve questa incoerenza, è difficile sostenere con credibilità che la scuola prepari gli studenti per il futuro, perché quel futuro, qualunque forma prenderà (che, probabilmente, sarà più sorprendente di quanto ci ostiniamo a immaginare) arriverà comunque.
Una riflessione nata durante il convegno della Rete nazionale Licei Scienza dei dati e Intelligenza Artificiale “Progettare curricoli interdisciplinari intorno alla Scienza dei dati e l’Intelligenza artificiale”, dove tutti gli interventi, compreso il mio, guardavano al futuro con uno sguardo proattivo. Forse è proprio da qui che si comincia.
