A partire da una riflessione già condivisa sul rapporto tra scuola e futuro, il punto oggi può essere spostato un passo avanti.
Quando una tecnologia spaventa, la prima reazione è spesso fermarla, vietarla e tornare indietro, ma il cambiamento non si ferma per inerzia.
Se si rimuovono gli strumenti, non è detto che le persone diventino più preparate. Si rischia, piuttosto, che siano meno allenate ad affrontarli e più esposte alla disinformazione, agli usi distorti e alla dipendenza inconsapevole.
Nella scuola questa dinamica è ancora più delicata: escludere strumenti complessi come l’IA può dare l’illusione del controllo e di muoversi in un ambiente protetto, ma priva gli studenti della possibilità di imparare a comprenderli in profondità, di usarli in modo appropriato e di metterli in discussione. Se non si sviluppa la capacità di orientarsi e di farsi domande, il rischio non è solo subire la tecnologia, ma, soprattutto, non avere gli strumenti per interpretarla e per usarla in modo critico e consapevole.
Il vero tema non è l’AI (o qualunque altra innovazione) in sé, ma la capacità di capirla mentre la si usa. Anche il DigComp 3.0 va in questa direzione.

